Care. Comitato scientifico

Assistenza in ospedale, domicilio, strutture di riabilitazione, case protette per anziani (RCA), residenze sanitarie assistenziali (RSA) e case di riposo per anziani, malati e disabili.

La presa in carico di un utente da parte di PrivateCare fa riferimento al modello Bio-Psico-Sociale, una strategia di approccio alla persona, sulla base della concezione multidimensionale della salute descritta nel 1947 dal WHO (World Health Organization).

La persona, secondo quanto indicato dal modello in oggetto, è al centro di un ampio sistema con molteplici variabili correlate. Per comprendere e risolvere la malattia il medico deve occuparsi non solo dei problemi di biologici, ma necessariamente deve prestare attenzione anche agli aspetti psicologici, sociali, familiari dell’individuo, che concorrono fra loro ed interagiscono a tal punto fino ad influenzare l’evoluzione della malattia e lo stesso percorso di assistenza e cura. 


Noto a tutti è ormai il concetto di salute del WHO che fa riferimento alle componenti fisiche (funzioni, organi strutture), mentali (stato intellettivo e psicologico), sociali (vita domestica, lavorativa, economica, familiare, civile) e spirituali (valori), per identificare in esse le variabili collegate alle condizioni soggettive e oggettive di benessere (salute nella sua concezione positiva) e male-essere (malattia, problema, disagio ovvero salute nella sua concezione negativa) di cui tenere globalmente conto nell’approccio alla persona. La prassi vede invece spesso i vari professionisti focalizzare l’attenzione sull’aspetto che più attiene al proprio iter formativo e professionale. Così coloro che si occupano di “salute fisica” (medici, infermieri, ecc.) tendono a rilevare i problemi legati alle funzioni e alle strutture del corpo, i professionisti della “salute mentale” (psichiatri, psicologi, ecc.) attribuiscono rilevanza ai problemi delle funzioni intellettive, psicologiche, emozionali, mentre gli operatori della “salute sociale” (sociologi, assistenti sociali, educatori, ecc.) sono interessati ad affrontare i problemi dell’ambiente di vita del paziente. L’unica strategia per realizzare l’approccio bio-psico-sociale è quella che applicare la strategia suggerita WHO nel 1991 cioè con l'intervento di equipes multiprofessionali interagenti al proprio interno e con il paziente soprattutto nei percorsi di cure primarie, quali quelli del paziente con malattia cronica o dell’anziano non autosufficiente. Purtroppo ancora nel nostro paese le équipes multiprofessionali fanno ancora fatica ad affermarsi : manca la cultura dell’integrazione e la comunicazione interprofessionale, dal momento che i vari operatori utilizzano linguaggi diversi e metodi e strumenti monoprofessionali per descrivere la salute. Inoltre, le riunioni di équipe risultano difficili perché i vari professionisti afferiscono a servizi settoriali e a strutture diverse.


Poiché le più recenti normative e indirizzi programmatori nazionali e regionali prevedono lo sviluppo di approcci integrati ai pazienti complessi, sia per migliorare la qualità delle cure, sia per perseguire efficienza economica e operativa, appare indispensabile individuare la strategia più efficace per sviluppare la cultura dell’approccio bio-psico-sociale e delle attività di equipe. Questa strategia non può che essere la Formazione, nelle sue varie forme pre-laurea, post-laurea e continua (ECM) e le Istituzioni a essa preposte devono porre la tematica dell’approccio bio-psico-sociale.

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